LA MIA PRIMA FRONTIERA A PIEDI – Madre in Italy
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LA MIA PRIMA FRONTIERA A PIEDI




 

Passare una frontiera a piedi è ormai un evento meno comune di quanto si possa immaginare.

Se ci si riflette solo un attimo ci si accorge che anche i viaggiatori più incalliti, per raggiungere lo stato dove si trova la loro meta, quasi sempre si affidano all’aereo, e la “frontiera” si riduce ad un semplice controllo del passaporto davanti a un bancone situato in un non-luogo qual è un aeroporto.

Sicuramente chi viaggiava per l’Europa in macchina, camper, roulotte o similari, prima che le frontiere fossero di fatto abolite e dell’avvento della moneta unica ricorderà l’ebbrezza che si provava nell’oltrepassare una linea di confine e l’inevitabile smarrimento iniziale al trovarsi davanti un territorio sconosciuto e “diverso” da quello cui si era abituati, con una nuova lingua e una nuova moneta; tuttavia la relativa sicurezza che offre un mezzo proprio mitiga un po’ quella sensazione.

La carica di adrenalina, il senso di sfida e di incertezza, una certa qual gioia e la curiosità che si fanno sentire quando si sale, con il proprio bagaglio sulle spalle, su un autobus o un treno diretti ad una frontiera sono dunque un qualcosa di unico, che comincia a lievitare nel momento in cui si scende dal mezzo e si affrontano i controlli e raggiunge il suo picco massimo nell’attimo esatto in cui si avvista il cartello con scritto, magari  in qualche linguaggio improbabile, “benvenuti nel paese tal dei tali”.

Sarà che quindi si è in uno stato d’animo particolarmente ricettivo, sarà che spesso i posti di frontiera sono luoghi decisamente insoliti, spesso popolati da personaggi quantomeno curiosi, ma la probabilità che durante l’attraversamento di un confine accadano fatti straordinari o avvengano incontri che si ritaglieranno un pezzetto di spazio permanente nella memoria è decisamente più alta che altrove.

Durante la mia, finora breve, carriera di viaggiatore solitario e ramingo ho avuto la ventura di oltrepassare a piedi un numero di frontiere non indifferente, e in ognuna di queste occasioni è accaduto qualcosa di speciale, di insolito, qualcosa che, anche se magari ha occupato solo un brevissimo momento del viaggio, vale la pena ricordare e raccontare; se dovessi tuttavia sceglierne solo una in particolare, il mio pensiero non può che ritornare alla prima volta in cui ho affrontato questo fatidico passaggio.

Il mio personalissimo “battesimo” risale al luglio del 2011 e la frontiera attraversata fu quella che separa l’Argentina dalla Bolivia, e tutta la giornata fu insolita e a modo suo straordinaria, a partire dalla mattina, perché svegliandomi nell’ostello dove avevo dormito a Salta, la bella città del nord del paese dei gauchos, scoprii che avevo condiviso la camerata, unico uomo adulto, con una banda di ragazzine anglosassoni; neanche fossi stato il professore benevolo che sorveglia la sua ciurma di studenti (e ripensandoci infatti, dai gestori mi era anche stato detto che quello era l’ultimo letto disponibile per quella notte). Non so neanche se i veri accompagnatori si siano mai accorti di quanto era successo.

Il viaggio in bus per La Quiaca, la cittadina più settentrionale dell’Argentina, dove è situata la linea di confine, cominciò quindi di buon mattino, poiché il tragitto da coprire è piuttosto lungo; ma se nella prima parte il paesaggio non presenta niente di particolare, a parte la possente presenza delle prime vette andine che fanno capolino all’orizzonte, superata la città di Jujuy si entra in una zona dal panorama altamente evocativo, dove anche la mente comincia a vagare portando in superficie tutte le domande, le paure e le insicurezze, ma anche le aspettative e i pensieri euforici che un viaggio verso l’ignoto inevitabilmente causa.

La vallata che porta il nome di Quebrada de Humahuaca è un lungo serpentone che si snoda tra montagne alte e brulle e i paesaggi sono desertici e polverosi, colorati ogni tanto, si fa per dire, da gruppi di alti cactus centenari e villaggi dalle basse costruzioni terrose. In un simile scenario che tanto ricorda le immagini delle sperdute località di frontiera protagoniste dei film western, diretto verso una delle nazioni più povere del continente, famosa tra i più solo per essere una delle principali produttrici mondiali di cocaina, non potevo non farmi la classiche domande: “che diavolo sono venuto a fare fin qui?” e “andrà tutto bene o finirò in qualche guaio?”.

Eppure bastò guardare le facce serene della gente sul bus e dare un’ulteriore occhiata alla guida per scoprire che uno di questi villaggi, Tilcara, è meta turistica di una certa rilevanza tra i viaggiatori grazie proprio a questi paesaggi e alle poche rovine di un’antica civiltà andina, per far sparire tutte le incertezze e volgere lo sguardo verso la Bolivia con rinnovate aspettative.

Non smetterò mai di essere grato alla facilità con cui un paio di mesi trascorsi nelle cucine di un ristorante di una catena spagnola nella periferia orientale di Londra, a stretto contatto con amici iberici e sudamericani, abbiano elevato la mia conoscenza e comprensione della lingua dei conquistadores ad un livello socialmente accettabile.

La Quiaca infatti non ha una propria stazione dei bus, e quindi invece di una comoda banchina circondata dalle attività febbrili di chi lavora nei settori collegati ai trasporti delle persone, mi ritrovai da solo sul ciglio di una strada ai margini del piccolo centro abitato, con lo zaino sulle spalle e senza la minima idea della direzione da prendere, poiché era tutt’altro che chiaro dove fossero sia il centro cittadino che il posto di frontiera.

Fortunatamente ben visibile al lato della via alberata c’era un chiosco che forniva informazioni, dove un giovane uomo dal colorito e dai tratti somatici che tradivano chiaramente le sue origini indios (può sembrare banale, ma fino a Salta invece la quasi totalità della popolazione era di fattezze decisamente europee) rispose alla mia domanda su come fare per arrivare alla frontiera con un lapidario quanto sorpreso: – caminando! -.

Fu esattamente in quel momento che la mia padronanza della lingua, per quanto essenziale, si rivelò utile nello spiegare al tipo che avevo bisogno anche di informazioni circa la direzione in cui incamminarmi e nel comprendere le tutto sommato semplici indicazioni che egli mi fornì con un sorriso.

Davanti al chiosco infatti, una strada pedonale si dipanava dalla via principale (io d’istinto avrei proseguito lungo la strada più larga nella direzione in cui stava andando il bus prima di fermarsi al suo capolinea…e sarei finito chissà dove!) e permetteva di attraversare il centro della cittadina fino ai suoi margini settentrionali, dove la strada si allargava e copriva l’ultimo tratto fino a un piccolo fosso con un torrente, dove si trova la barriera con la Bolivia.




 

Proprio in quel chilometro scarso percorso a piedi in quella stradina sorprendentemente ben messa e ben tenuta avvenne il primo incontro importante della giornata. Tutto preso ad osservare le casette moderne ma graziose che fiancheggiavano la via e la coloratissima umanità che popolava quella remota cittadina, fatta di persone dall’aspetto esotico e dall’aria tranquilla intente nelle normali faccende giornaliere o cariche di pacchi da portare dall’altra parte della frontiera, quasi non mi accorgevo del piccolo quadrupede bianco e nero che cercava di ottenere la mia attenzione.

Non so perché quel cagnolino avesse scelto me in mezzo a quella moltitudine di persone che si dirigevano verso la linea di confine, fatto sta che mi si parò davanti cominciando a farmi le feste e mi continuò a girare intorno per tutto il tragitto. In più, quando mi fermavo ad osservare uno scorcio particolare o chiedermi incuriosito cosa ci fosse in uno dei vicoletti laterali, il piccolo animale si fermava con me e cominciava a puntare verso la direzione giusta, quasi come a volermi indicare la via sincerandosi che non sbagliassi strada.

Cominciavo ad essere sicuro che mi avrebbe accompagnato anche durante il passaggio dei controlli quando improvvisamente, davanti alle prime transenne che delimitano quella terra di nessuno compresa tra i due posti di blocco, la bestiolina si fermò e assunse una posa soddisfatta e scodinzolante mentre continuava a fissarmi, e a nulla valsero i miei inviti a proseguire il nostro sodalizio anche lungo le strade di Villazon, la cittadina boliviana gemella di La Quiaca.

Preso atto dunque che avrei dovuto affrontare la timbratura del passaporto da solo mi avviai verso l’ufficio della dogana argentina col sorriso stampato sulle labbra ripensando al curioso incontro.

Spesso il pensiero di dover passare attraverso due controlli è fonte di ansia, d’altronde si è alla mercé di guardie appartenenti a paesi sconosciuti che sembra non aspettino altro che di trovare qualche incongruenza nei documenti per poter causare fastidi e trovare la scusa per richiederei una mazzetta al fine di chiudere un occhio.

Già da quella prima volta in un confine non proprio comunissimo per un cittadino europeo però mi resi conto di alcuni fatti che poi hanno trovato riscontro anche nelle volte successive: è veramente difficile che un viaggiatore con un minimo di esperienza possa incontrare difficoltà alla dogana, anche perché la gran parte del lavoro le guardie di frontiera lo devono dedicare a tutte quelle persone che portano regolarmente dei carichi di merci da una parte all’altra, perché le hanno acquistate e le riportano in patria o perché le vanno a vendere dall’altra parte; il passaporto italiano inoltre è uno di quelli che causano meno fastidi in assoluto e anche se ci si trova in qualche posto sperduto il nome dell’Italia è conosciuto da tutti e, sorprendentemente per molti, pone la gente in uno stato d’animo più che positivo.

Insomma, tutto questo per dire che quello che immaginavo essere lo scoglio più insidioso della giornata, ovvero l’espletamento delle formalità burocratiche di frontiera, si risolse in un paio di brevi file seguite da due timbri sul passaporto conditi da qualche cortese scambio di battute con i funzionari inerenti dei vecchi e improbabili cantanti italiani.

Nonostante le separi solo qualche centinaio di metri di altopiano semi-desertico, spezzato soltanto dalla recinzione che domina un piccolo fosso in cui scorre un rigagnolo, l’aspetto di Villazon è parecchio differente da quello di La Quiaca.  Se la seconda, pur con tutte le caratteristiche di “lembo estremo e sperduto” di una nazione, colpisce per l’ordine e la pulizia dei caseggiati e delle strade, anche se va detto che svariate sono comunque sterrate, la cittadina boliviana invece è un’accozzaglia disordinata di costruzioni basse e moderne, ma non per questo in buono stato, e la strada che dalla frontiera porta verso il centro è un colorato susseguirsi di botteghe e bancarelle di ogni tipo, da quelle che arrostivano carni su piccoli bracieri ai negozietti che vendevano roba dozzinale; una sorta di mercato giornaliero di cui non c’era invece traccia dall’altra parte del confine.

C’erano anche svariati cambiavalute, ma quelli che oltre ai dollari prendevano anche gli euro erano solo una minima parte ed inoltre il freddo tramonto invernale (fine luglio in quell’emisfero corrisponde all’inverno pieno e, nonostante le latitudini quasi tropicali, l’altitudine notevole, oltre 3400 metri,  contribuiva a rendere l’aria parecchio “frizzante”) era in fase più che avanzata; quindi da parte mia fu un errore piuttosto grossolano non procurarmi subito qualche peso boliviano prima di puntare la mia attenzione alla ricerca di uno sportello bancomat e della stazione dei bus nella speranza di trovare una corsa notturna per la capitale Sucre.

In effetti nella piazza centrale del paese vi erano due bancomat, e nella vicina autostazione scoprii con soddisfazione che entro un paio di ore un comodo bus notturno sarebbe partito alla volta di Potosì, poiché corse dirette per Sucre non c’erano. Invece capii ben presto che le cose non sarebbero state così facili, perché i due bancomat si rivelarono subito inservibili in quanto prendevano solo delle carte locali e dei classici simboli dei maggiori circuiti bancari non ce ne era l’ombra (problema che invece non si è più ripetuto in tutto il resto del viaggio) e quando tornai in tutta fretta sui miei passi, della sfilza di persone in piedi lungo la strada che si proponevano ai passanti invitandoli a cambiare le loro banconote “occidentali” con i ben più utili “pesos bolivianos” non ne rimaneva più nemmeno uno.

Rendersi conto di non avere soldi per poter comprare il biglietto dell’autobus e cominciare a pensare a come passare la notte in quella sperduta città di frontiera nell’attesa che i cambiavalute fossero ritornati per strada furono quasi due azioni contemporanee.




 

Si stava già formando nella mia mente il piano di cercare un qualsiasi hotel, ostello o similari, dove spiegare la situazione sperando che avrebbero accettato di essere pagati il mattino successivo una volta che avessi cambiato i soldi, d’altronde Villazon è si sperduta, ma non è poi così piccola e di gente per strada ce ne era ancora parecchia, inoltre è pur sempre uno dei passaggi di frontiera più importanti tra  Argentina e Bolivia e il traffico giornaliero di persone è notevole, quando all’improvviso un’ombra familiare mi si palesò davanti.

Il cagnolino bianco e nero che mi aveva accompagnato per tutta la camminata sul lato argentino era appena sbucato da una stradina laterale e mi aveva evidentemente riconosciuto visto che continuava a girarmi intorno facendo le feste.

Mi ricordai che solo un paio di ore prima non era voluto transitare per la strada principale, ma probabilmente era abbastanza abituato a passare da una parte all’altra del confine, magari in qualche punto che conosceva solo lui dove il fosso e la recinzione lasciavano un pertugio nel quale la sua piccola figura poteva infilarsi comodamente, evitando di seguire la folla attraverso i posti di blocco per qualche motivo solo a lui noto.

In effetti in quel momento avevo ben altri pensieri che quello di dare retta ad un quadrupede, eppure quella piccola gioiosa presenza mi tranquillizzò oltremodo e mi fece pensare che la situazione non era poi così grave e tutto si sarebbe risolto per il meglio, tanto più che in quel suo muoversi sconclusionato intorno a me, continuando a voltare il muso prima verso la mia faccia e poi in un’altra direzione, sembrava proprio che volesse invitarmi a seguirlo.

Pensai che non avevo niente da perdere a vedere dove mi avrebbe portato, inoltre, anche se era ormai quasi buio, le strade erano tutt’altro che deserte e le facce e le espressioni di quelle  persone dai tratti somatici così diversi dai miei che mi passavano accanto avevano un non so che di amichevole; scoprii così che a fianco della strada che dal posto di frontiera porta alla piazza principale, dall’aspetto così particolare e brulicante di umanità in transito, ce ne era un’altra più larga che le correva parallela e il cui colpo d’occhio suggeriva la tranquilla esistenza di chi in quella cittadina ci viveva e aveva a che fare con le normali attività quotidiane.

La fila di negozi di alimentari e casalinghi era interrotta da un’agenzia di viaggi, poco più che un ufficio in realtà, che organizzava  escursioni nella regione degli altopiani desertici che caratterizza la parte meridionale della Bolivia,  sulla soglia della quale un anziano signore dall’aspetto europeo molto più che indio fumava una sigaretta mentre si apprestava a chiudere.

Il cagnolino puntò deciso in quella situazione e si mise a fare le feste all’uomo che lo ricambiò con una carezza sul capo prima di alzare lo sguardo su di me, che seguivo la bestiola a pochi passi di distanza, e sul voluminoso bagaglio che avevo sulle spalle e mi salutò con un sorriso. L’aspetto gentile di quella persona mi spinse immediatamente ad attaccare bottone e spiegare la mia situazione nella speranza di ricevere qualche utile consiglio su come cambiare i miei euro oppure, nella peggiore delle ipotesi, su dove passare la notte e grande fu lo stupore misto al sollievo quando mi sentii rispondere in un italiano quasi perfetto, sporcato appena dal classico accento iberico (trascurabile evidentemente rispetto al mio di accento, nonostante mi viene spesso detto che ho una buona pronuncia spagnola).

Da quel momento cominciò una piacevolissima chiacchierata dove Oscar, così si chiamava l’uomo, mi raccontò di essere argentino di origini piemontesi e che aveva  anche vissuto per un lungo periodo a Torino, mentre il cagnolino era un randagio che da qualche anno girava per le strade di quelle due città di confine e che non mancava mai di passare più volte al giorno a salutarlo e a fargli compagnia alla sua agenzia ricevendo in cambio un boccone e un po’ d’acqua.

Mi disse anche che, contrariamente a quanto molti pensano, la Bolivia è una nazione piuttosto sicura perché i boliviani sono gente semplice e brava che ha nell’onestà la sua principale caratteristica; poi, una volta chiusa l’agenzia, mi accompagnò da uno dei cambiavalute che conosceva personalmente e che abitava lì vicino garantendomi che sarebbe stato ben felice di fare un altro affare anche dopo l’ora di chiusura.

Mi ritrovai così alla porta di una casetta di mattoni in compagnia di quel vecchio alto e sottile e di un cagnolino a macchie bianche e nere a confabulare con un boliviano di mezza età basso e tozzo, con la pelle scura e un viso largo nel quale brillavano due grandi occhi bruni e un sorriso sincero, e in men che non si dica ebbi in mano un mazzetto dei tanto agognati pesos bolivianos che mi avrebbero permesso di proseguire immediatamente il viaggio.

Prima di salutarmi Oscar si informò sul mio itinerario e sapendo che entro qualche giorno sarei arrivato alle porte del meraviglioso Salar de Uyuni, approfittò per darmi un ultimo consiglio raccomandandomi una buona agenzia dove organizzare l’escursione nell’immenso deserto di sale (che effettivamente si rivelò ineffabile). Salutai calorosamente quell’uomo gentile e il piccolo quadrupede, che nel frattempo non aveva mai smesso di seguirci, col quale avevo un debito di riconoscenza e mi precipitai alla stazione degli autobus dove feci appena in tempo a comprare il biglietto e a salire sul bus, che il mezzo partì inoltrandosi  nella nerissima notte boliviana alla volta di Potosì.

Tutto si risolse dunque per il meglio grazie all’incontro fortuito con un piccolo e simpatico animale, tuttavia un motivo di lamento alla fine di quella giornata intensa lo trovai: in tutto il trambusto  per cercare di di non rimanere bloccato per la notte a Villazon non riuscii a trovare un momento per cercare qualcosa da mangiare per cena o da portarmi per il lungo viaggio in bus, e non potei consumare il pasto successivo fino al mio arrivo a Sucre nella tarda mattinata del giorno dopo perché nella nuova stazione di Potosì, dove effettuai il cambio d’autobus, vista l’ora antelucana era tutto chiuso e deserto.

By Alessio

Alessio racconta i suoi viaggi nel suo blog personale che trovi a questo indirizzo: http://ramingodentro.blogspot.it/

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About the Author

Francesco Menghini è filmaker, blogger e traveller. Da anni in giro per il mondo è il Founder di Madre in Italy. Grazia Pracilio è content manager e consulente creativo. Autrice TV da molti anni è approdata a Madre in Italy come Co-founder.

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