TRASFERIRSI ALL’ESTERO: IL SEGRETO DI COLOMBO – Madre in Italy
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TRASFERIRSI ALL’ESTERO: IL SEGRETO DI COLOMBO

A volte si va via

per riflettere.

A volte si va via

perché si è riflettuto.

Alda Merini

Hai già letto il primo post sulla psicologia scritto dai nostri consulenti psicologi e psicoterapeuti, esperti in psicologia dell’emigrazione?

Se la tua risposta è NO, ti invito a farlo subito, cliccando qui!

Se invece la tua risposta è SI, questo post è la seconda tappa di un percorso che vogliamo condividere con te!

Eccoci dunque al nuovo post di Viviana e Marco. Se hai letto il precedente post, ormai dovresti conoscerli, ma per capire meglio cosa è la psicologia dell’emigrazione e quando e come si rivela utile, direi di partire da una spiegazione molto semplice, ed è proprio Marco a raccontarcelo in questo video.

Puoi guardarlo ora cliccando qui sotto:

Torniamo al post. Di cosa parliamo?

Parliamo del difficile momento in cui si progetta una partenza per l’estero, ed ovviamente parliamo di un trasferimento, anche per un breve periodo, non di una vacanza…

Qual è il senso del tuo viaggio? Proviamo a capirlo insieme…

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Ora un attimo di attenzione. Se il post è di tuo interesse e vuoi iniziare a seguire i post di Madre in Italy, un click qui sotto mi farebbe molto felice.

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TRASFERIRSI ALL’ESTERO: IL SEGRETO DI CRISTOFORO COLOMBO

Dove-trasferirsi-all'esteroIniziamo questo post raccontando un viaggio che, per ragioni storiche, culturali, economiche e sociali, ha acquisito, nel tempo, una valenza che va ben al di là di quella inizialmente prospettata.

Stiamo parlando della storia di Cristoforo Colombo e della sua nota Scoperta dell’America.

La storia non ti è nuova, naturalmente. Certo, e ti chiederai: ma cosa c’entra Cristoforo Colombo con me?

Lo scoprirai nelle prossime righe…

Cosa sai di Cristoforo Colombo?

Probabilmente ti è noto che è partito da Palos nel 1492 con il benestare del re di Spagna alla guida di una spedizione composta da tre navi, le note caravelle.

Saprai anche che voleva raggiungere le Indie via mare, in modo da permettere, ai mercanti dell’epoca e a quelli futuri, di raggiungere in modo più veloce, e possibilmente meno pericoloso (il Medio Oriente era, all’epoca, sotto il dominio del terribile Impero Ottomano), le terre che un paio di secoli prima Marco Polo aveva raggiunto via terra.

Avrai anche notizia di come andò la storia: dopo diversi mesi di navigazione, quando ormai la speranza di raggiungere le Indie si era fatta quasi vana, dalla nave di Colombo venne avvistata terra. Ma non si trattava di  Cipangu (l’odierno Giappone).

Era un altro continente, fino ad allora sconosciuto.

Ora, dopo aver riepilogato in breve quanto già noto a tutti, devi sapere che uno storico, Parry (1979), insieme agli psicoanalisti Carli e Paniccia (1988) hanno dato una lettura di questa storia che ce la fa vedere da un altro punto di vista…

Sarà un viaggio che potrà stupirti! e lo percorriamo insieme per punti:

1) La falsificazione delle informazioni conosciute

Cioè?

Iniziamo con il considerare la cartografia ufficiale dell’epoca. Le mappe utilizzabili ai tempi di Colombo riportavano delle informazioni tra loro contraddittorie:  si poteva fare riferimento alle mappe  medievali e a quelle tolemaiche.

Nelle prime si mostrava una terra piatta, circondata da un grande anello di acque sconosciute che, penetrando nelle “terreferme” con sinuosità, curve e bracci più o meno pronunciati, davano forma alla fisionomia di Europa, Africa e Asia. In queste mappe il centro topografico (ideologicamente orientato dalla cultura Cristiana) era costituito da Gerusalemme.

Nelle seconde, si recuperava l’intuizione proveniente dal mondo classico di una terra sferica e il geocentrismo proposto dal sistema tolemaico

Infine, si avevano le carte marine che, mediando le conoscenze dell’epoca e i dati empirici dei navigatori, evidenziavano il conflitto conoscitivo messo in luce fra tradizione storica, idee religiose, cultura dell’epoca e mentalità corrente.

Tutti questi criteri si fondevano fra loro in modo tale da permettere di pensare, nell’ipotesi che la terra fosse sferica, all’esistenza di un territorio emerso (un continente) che dividesse in due l’Oceano che si estendeva a est e a ovest delle terre conosciute.

E tu, se fossi stato Colombo, banalizzando, a quale delle mappe ti saresti affidato?

Molto probabilmente, Colombo non sarebbe mai partito per il suo viaggio se avesse fondato le probabilità di successo del suo progetto su un ragionamento logico, coerente con le conoscenze del suo tempo.

Quindi come si comportò Colombo? Su che basi fondò la sua partenza?

Lo storico J.H. Parry, nel suo libro La scoperta del Sudamerica.(1981), sostiene che Colombo, più o meno consciamente, falsificò i dati di cui disponeva per poter giustificare la sua impresa o quantomeno scelse i dati a lui più favorevoli fra quelli disponibili all’epoca.

Il caro Cristoforo, dunque, non utilizzò la distribuzione proporzionale tra terre emerse e mare proposta da Tolomeo ma si rifece ai calcoli di Marino di Tiro, più favorevoli alla sua tesi, e ridusse la distanza da percorrere attraverso una serie di considerazioni sui dati allora conosciuti.

Colombo arrivò in questo modo a ridurre la distanza reale tra Canarie e Giappone da 10.600 miglia marine a 2.400.

Tale falsificazione fondava la speranza e rendeva possibile l’azione.

Sappiamo del resto come andò a finire la storia: potremmo dire che non fu tanto Colombo a scoprire l’America quanto l’America a salvarlo da un viaggio senza ritorno… ma vediamo come.

2) Andando vedendo: il cambiamento dell’obiettivo

Giunto a destinazione, Colombo si rese conto ben presto di non trovarsi nel Catai: non c’erano né popoli civili, né città, né spezie. Di fronte allo sconcertante sospetto smise di parlare di Catai nei sui diari, spostando il suo obiettivo sull’esclusiva ricerca dell’oro, riuscendo, in questo modo, a motivare nuovamente la ciurma prospettando un nuovo senso al loro viaggio.

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3) Esplorazione o conquista del nuovo continente?

Non è solo Colombo ad essere sconcertato di fronte alla problematicità della sua scoperta ma tutta la cultura del suo tempo.

Se tale nuovo continente esisteva era in contraddizione con l’autorità geografica riconosciuta. Un’intera generazione di esploratori e di geografi tentò di adattare l’esistenza dell’America alla concezione canonica del mondo. Così sono frequenti le carte geografiche che, ancora nel secondo decennio del secolo XVI, riportano nuove terre scoperte come una penisola dell’Asia.

E la conquista prese presto il sopravvento sulla scoperta e sull’esplorazione: i “selvaggi” vennero considerati, dagli spagnoli, una popolazione da sottomettere e indottrinare. Fu così che un’incalcolabile serie di conoscenze e saperi, disponibili presso le popolazioni indigene, venne sostanzialmente dispersa perché ritenuta inutile.

Quanto accaduto racconta che per conoscere cose nuove, confrontarsi con l’approfondimento che le stesse richiedono, c’è la necessità di porsi in una qualche posizione di dipendenza che l’apprendimento comporta.

Per colmare l’immenso abisso di ignoto e avventura che la nuova terra proponeva, i colti e civili spagnoli avrebbero dovuto mettersi in un rapporto di dipendenza da quelle popolazioni indigene che essi consideravano selvagge: una posizione ben difficilmente tollerabile per loro.

La ricerca dell’oro si trasformò nell’obiettivo principale dei conquistadores, quale dimensione coerente, conosciuta, nota e condivisa a sostegno dell’esplorazione e della conquista delle nuove terre e dell’ignoto che da queste scaturiva: l’apprendimento venne sostituito dal potere.

Ed ora, torniamo nel nostro secolo…

Cosa significa, dunque, partire? Come si costruisce un progetto di espatrio? Come ci si confronta con un nuovo progetto di vita all’estero? O, in termini ancora più generali, come si costruisce un cambiamento di vita?

Queste alcune delle domande a cui il racconto sul viaggio di Colombo ci aiuta a dare una risposta.

Ogni progetto ci pone di fronte, contemporaneamente, due aspetti fra loro contrastanti:

  • Elementi e categorie legati al passato, conosciuti, ben saldi nella nostra memoria perché noti o appartenenti alla nostra tradizione e alla nostra cultura e dunque alla nostra identità; e…
  • Elementi attuali, contemporanei, nuovi, legati al cambiamento (inteso nei modi più diversi: di contesto, di lavoro, di ruoli, di valori, ecc.), connessi alla scelta da compiere. A quello spazio che ha a che fare con il continuare a costruire la nostra identità.

Questi elementi entrano in contrasto fra loro, creando una confusione fra vecchio e nuovo, confusione e connessioni che sono sia i presupposti per nuove forme di conoscenza e nuovi pensieri, sia dolorosa presa di coscienza di ciò che si lascia e di ciò che si sta per trovare.

In tale contrasto c’è il desiderio di qualcosa di nuovo e la paura dovuta all’impossibilità di affidarsi a categorie di conoscenza che affondano scontatamente nel nostro passato, nella tradizione, nelle pratiche già conosciute.

Al rischio di costruire nuove categorie di lettura della realtà corrispondono difese che, spesso, contribuiscono alla costruzione di una falsa coerenza che possa mediare fra vecchio e nuovo e rendere così, coerente, l’esigenza di un cambiamento.

Più in generale, potremmo osservare che ogni processo di cambiamento comporta sempre la presenza contemporanea di tre distinte funzioni:

  • La memoria, che concerne il passato, ci aiuta a utilizzare l’esperienza pregressa ai fini di un adattamento a un contesto variabile;
  • Il pensiero progettuale, che ci aiuta a rendere coerenti l’incoerenza o l’irrazionalità del presente che si sta vivendo.
  • L’azione, che è invece proiettata nel futuro.

È a partire dalla conoscenza di quelle che sono le categorie che ci orientano nel cambiamento che sarà possibile costruirsi obiettivi verosimili, dunque conseguibili e verificabili nell’incontro con un ignoto da conoscere, esplorare, piuttosto che conquistare e possedere.

Con questo ti saluto. Ti ricordo che puoi contattarci per una consulenza cliccando qui!

Buona esplorazione a tutti!

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About the Author

Viviana Fini e Marco Guidi sono due psicologi, psicoterapeuti ed entrambi dottori di ricerca. Entrambi toscani di origine, vivono e lavorano a Roma, in Toscana, in Puglia e anche a distanza sia come psicologi sulle domande individuali e di gruppo che come consulenti per lo sviluppo e la realizzazione di progetti a livello locale, nazionale e internazionale riguardanti i contesti di convivenza e il rapporto fra le persone e i loro ambienti di vita e lavoro. Hanno fatto esperienza entrambi, sebbene in realtà diverse, nell’ambito della formazione, dell’orientamento, del bilancio di competenze e dello sviluppo professionale e di carriera.

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