CASA TUA E’ DOVE VUOI STARE – Madre in Italy
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Il Blog di Madre in Italy

CASA TUA E’ DOVE VUOI STARE

Visto il grande successo del post di Celeste che trovi qui, ho voluto approfondire l’argomento da lei trattato.

La domanda è: DOV’E’ CASA?”. Se lo chiede anche Pico Iyer, saggista e romanziere di origine indiane, famoso in tutto il mondo  per la sua scrittura di viaggio. Autore di numerosi libri, insegna letteratura ad Harvard. Oltre a scrivere libri, ha dedicato la sua vita al “viaggio”. Vive in Giappone da più di 20 anni ma si sposta regolarmente in tutto il mondo toccando i posti più remoti del globo.

Ho voluto postare il suo “speech” che ha fatto il giro del mondo.

Buona lettura!!!!

La traduzione è di Anna Cristiana Minoli reviewed by Guido Rossi

Ecco il video:

“Da dove vieni? E’ una domanda cosi semplice, ma al giorno d’oggi, ovviamente le domande semplici comportano risposte sempre più complicate.

La gente mi chiede sempre da dove vengo, e si aspettano che io dica che sono indiano, e in un certo senso hanno ragione visto che il 100% del mio sangue e dei miei antenati viene dall’India.

Tranne che non ci ho mai vissuto un giorno della mia vita. Non so una parola dei 22000 e più dialetti. Quindi non credo di essermi guadagnato il diritto di chiamarmi indiano. E se la domanda “Da dove vieni” significa “Dove sei nato, cresciuto ed educato?” allora vengo assolutamente da quella piccola e strana nazione nota come Inghilterra, tranne che ho lasciato l’Inghilterra non appena terminati i miei studi universitari e crescendo, ero l’unico ragazzo di tutte le mie classi che proprio non somigliava ai classici eroi inglesi rappresentati nei nostri libri di testo.

E se “Da dove vieni?” significa “Dove paghi le tasse?”, “Dove vai dal medico o dal dentista?” allora vengo certamente dagli Stati Uniti, e sono là da 48 anni, da quando ero bambino. Tranne che per molti di quegli anni, ho dovuto portarmi dietro questa strana tesserina rosa con righe verdi sulla mia faccia che mi identificava come alieno residente. In realtà più vivo là e più mi sento un alieno.

E se “Da dove vieni?” significa quale luogo ti è entrato dentro profondamente e dove cerchi di passare più tempo? Allora, sono giapponese, perchè ho vissuto più a lungo che ho potuto in Giappone negli ultimi 25 anni.

Tranne che in tutti questi anni ci sono stato con un visto da turista, e sono abbasta sicuro che non molti giapponesi vorrebbero considerarmi come uno di loro. E dico tutto questo solo per sottolineare quanto all’antica e semplici siano le mie origini, perchè quando vado a Honk Kong o Sydney o Vancouver, la maggior parte dei ragazzi che incontro sono molto più internazionali e multiculturali di quanto non lo sia io.

Ed hanno una casa che associano ai loro genitori, e un’altra che associano ai loro partner, una terza magari collegata al luogo in cui sono in quel momento, una quarta collegata al luogo in cui sognano di essere, e tante altre. [Tweet “Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita. F. Fellini”]

Passeranno tutta la vita a prendere pezzi di molti luoghi diversi ed a metterli insieme come un mosaico. Per loro, casa è una continua evoluzione. E’ come un progetto a cui aggiungono costantemente avanzamenti, migliorie e correzioni. E per sempre più di noi, cosa ha sempre meno a che fare con pezzo di terra e sempre di più con una parte dell’anima.

Se qualcuno improvvisamente mi chiede: Dov’è casa tua? penso al mio amore o ai miei amici più cari o alle canzoni che viaggiano con me ovunque mi capita di essere.Note musicali

Mi sono sempre sentito cosi, ma me ne sono accorto qualche anno fa mentre salivo le scale a casa dei miei genitori in California, e guardando fuori dalla finestra della sala ho visto che eravamo circondati da fiamme alte 20 metri, uno di quegli incendi che regolarmente si scatenano sulle colline californiane e in tanti altri posti simili.

Tre ore dopo quel fuoco aveva ridotto in cenere la mia casa e tutto quello che conteneva, tranne me.

Quando mi sono alzato il giorno dopo, dormivo sul pavimento di un amico, tutto quello che avevo al mondo era uno spazzolino da denti che avevo appena comprato in un supermercato aperto di notte. Certo, se qualcuno all’epoca mi avesse chiesto “Dov’è casa tua?” non avrei potuto indicare nessuna costruzione fisica.

Casa mia sarebbe dovuta essere ciò che portavo dentro di me, e per molti versi, credo che questa sia una enorme liberazione. Perchè quando sono nati i miei nonni, loro di certo avevano il senso di casa, il senso di comunità, perfino un senso di ostilità, attribuito dalla nascita, e non avevano la possibilità di sottrarsene.

Oggi, almeno qualcuno di noi può scegliere il proprio senso di casa, creare il proprio senso di comunità, creare il proprio senso di sè, e così facendo andare un pò oltre qualcuna delle divisioni bianco-nero dell’epoca dei nostri nonni.

Non a caso il presidente della più potente nazione sulla terra è mezzo keniano, cresciuto in parte in Indonesia, con un cognato cinese-canadese. Il numero delle persone che vivono in paesi diversi dal loro arriva oggi a 220 milioni. E’ un numero difficile da immaginare ma significa che se prendete l’intera popolazione del Canada e l’intera popolazione dell’Australia e poi di nuovo l’intera popolazione dell’Australia e di nuovo l’intera popolazione del Canada e raddoppiate quel numero, sarebbe comunque meno persone di quelle che appartengono a questa tribù di nomadi. [Tweet “Non esisteva né un prima né un dopo né un altrove da cui immigrare. I.C.”]

E il numero di quelli come noi che vivono fuori dalla vecchia categoria di stato-nazione sta crescendo tanto rapidamente, di 64 milioni solo negli ultimi 12 anni, che presto saremo molto più noi degli americani.

Rappresentiamo già la quinta nazione più grande sulla Terra. Ed infatti, a Toronto, la più grande città del Canada, l’abitante medio di oggi è quello che chiamavamo uno straniero, chi è nato in un paese molto diverso.

E ho sempre avuto la sensazione che la bellezza di essere circondati da stranieri è che vi da una svegliata. Niente può essere dato per scontato. Viaggiare, per me, è come essere innamorati, perchè improvvisamente tutti i sensi sono accesi. Improvvisamente ti diventano chiari tutti i percorsi segreti del mondo.

Il vero viaggio della scoperta, come diceva Proust, non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nel guardarli con occhi diversi.  E naturalmente, con occhi diversi,, anche paesaggi noti, anche la vostra casa diventa qualcosa di diverso. Molte delle persone che vivono in paesi che non sono i loro sono rifugiati che non hanno mai voluto lasciare casa propria e vogliono disperatamente tornare a casa.  Ma per i più fortunati tra noi, credo che l’era degli spostamenti porti nuove, esaltanti possibilità.mondo

Certamente quando viaggio, specialmente nelle più grandi città del mondo, la tipica persona che incontro oggi, sarà diciamo, una giovane donna mezza coreana, mezza tedesca che vive a Parigi. E non appena incontra un ragazzo mezzo tailandese, mezzo canadese di Edimburgo, lo vede come uno della stessa famiglia.

Si rende conto che probabilmente ha più in comune con lui che con chiunque sia interamente coreano o interamente tedesco. Quindi diventano amici. Si innamorano. Si trasferiscono a New York. E la bambina che nasce dalla loro unione ovviamente non sarà coreana o tedesca o francese o tailandese o scozzese o canadese o persino americana, ma un meraviglioso mix in costante evoluzione di tutti questi posti. E, potenzialmente, il modo di questa donna di sognare il mondo, di scrivere del mondo, di pensare al mondo, potrebbe essere diverso, perchè viene da questo miscuglio di culture quasi senza precedenti.

Da dove venite ora è molto meno importante di dove state andando. Molti di noi sono ancorati al futuro o al presente quanto al passato. Casa, lo sappiamo, non è solo il posto dove vi è capitato di nascere. E’ il posto dove diventate voi stessi. Eppure, c’è un solo grande problema con gli spostamenti, ossia che è veramente difficile trovare dei riferimenti quando si è a mezz’aria.

Qualche anno fa, ho notato che avevo accumulato un milione di miglia solo con la United Airlines. Conoscete tutti quel folle sistema, sei giorni all’inferno e il settimo è gratis. Ho cominciato a pensare che in realtà lo spostamento era positivo tanto quanto il senso di quiete che potete portarvi per metterlo in prospettiva.

Otto mesi dopo l’incendio della mia casa, ho incontrato un amico che insegnava in un liceo locale, e mi ha detto: “Ho il posto perfetto per te” “Veramente?”, ho detto. Sono sempre un pò scettico quando la gente dice cose del genere. “No, davvero”, ha continuato, “è a sole tre ore di macchina, e non è molto costoso, ed è probabilmente diverso dai posti in cui sei stato prima”. La cosa cominciava ad intrigarmi. “Cos’è?” Qui il mio amico a cominciato a tentennare ed esitare. “Beh, si tratta di un eremo cattolico.” Era la risposta sbagliata.

Avevo passato 15 anni in scuole anglicane, quindi inni e croci mi sarebbero bastati per una vita. Anzi, varie vite.  Ma il mio amico mi ha assicurato che non era cattolico, nè lo era la maggior parte dei suoi studenti ma ci portava lì le sue classi ogni primavera. E, secondo lui, anche al quindicenne californiano più distratto, instancabile e pieno di testosterone bastavano tre giorni di silenzio che qualcosa in lui si calmava e si chiariva.

Trovare se stesso, ed ho pensato: “Qualunque cosa funzioni per un quindicenne deve funzionare anche per me”. Quindi ho preso la macchina, e ho guidato tre ore verso nord, lungo la costa, con le strade sempre più vuote e più strette, poi ho girato in un sentiero ancora più stretto, a malapena asfaltato, che serpeggiava per tre chilomentri verso la cima di una montagna.

Quando sono sceso dalla macchina, l’aria era vibrante. Tutto il posto era in assoluto silenzio, ma il silenzio non era l’assenza di rumore. Era veramente la presenza di una certa energia o vitalità.

Ai miei piedi c’era l’immensa, calma, blu distesa dell’Oceano Pacifico. Intorno a me c’erano 300 ettari di arbusti secchi e selvatici. Sono sceso nella stanza in cui dovevo dormire. Piccola ma assolutamente confortevole. Aveva un letto, una sedia a dondolo, un lungo tavolo e una vetrata ancora più grande che guardava in un piccolo giardino privato, cinto da mura e poi 400 metri di erba dorata della pampa che correva fino al mare.

Mi sono seduto e ho cominciato a scrivere, scrivere, scrivere, nonostante fossi andato lì per allontanarmi dalla scrivania. Quando mi sono alzato erano passate 4 ore. Era scesa la notte, esono uscito sotto questa immensa saliera rovesciata di stelle, e vedevo le scie delle luci delle macchine che scomparivano dietro il promontorio 20 km a sud. E sembrava veramente che le mie preoccupazioni del giorno precedente fossero svanite. Il giorno dopo, quando mi sono alzato, senza telefoni,  tv e computer, i giorni sembravano lunghi migliaia di ore.

Era come tutta la libertà che provavo in viaggio, ma era anche la sensazione profonda di essere a casa.  Non sono una persona religiosa, quindi non sono andato a messa. Non mi sono consultato con i monaci per avere consigli. Facevo solo passeggiate lungo la strada del monastero e inviavo cartoline ai miei cari. Guardavo le nuvole, e facevo quello che di solito mi è così difficile, ossia assolutamente niente.

Ho cominciato a tornare in quel posto, e ho notato che lì riuscivo a fare i miei lavori più importanti, in modo invisibile, solo stando lì seduto, e certamente arrivando a prendere le decisioni più critiche come non avrei mai potuto prenderle quando rincorrendo l’ultima email o il prossimo appuntamento.

Ho cominciato a pensare che in me qualcosa chiedeva disperatamente un pò di quiete, ma ovviamente non riuscivo a sentirlo perchè correvo in ogni direzione.

Ero come un pazzo che si mette una benda sugli occhi e poi si lamenta che non riesce a vedere. E ho ripensato a quella frase meravigliosa di Seneca che avevo imparato da ragazzo, in cui dice:L’uomo povero non è colui che ha poco, ma colui che vuole di più.

Certo, non sto suggerendo che tutti voi andiate in monastero. Non è questo il punto. Ma penso che sia solo fermando il movimento che riuscite a vedere dove andare. Ed è solo uscendo dalla propria vita e dal proprio mondo che si riesce a vedere quello che più abbiamo a cuore e trovare una casa. Ho notato tante persone che in maniera cosciente si siedono tranquillamente 30 minuti tutte le mattine, si raccolgono in un angolo della stanza senza i loro dispositivi, o vanno a correre tutte le sere, o lasciano il cellulare spento quando devono fare una lunga chiacchierata con un amico.

Il movimento è un privilegio fantastico, ci permette di fare tante cose che i nostri nonni non potevano neanche sognarsi. Ma il movimento, alla fine, ha un significato solo se avete una casa a cui tornare. E casa, alla fine, non è solo il posto dove vai a dormire. E’ il posto dove ti fermi.

Pico Iyer

E tu, cosa ne pensi?

About the Author

Francesco Menghini è filmaker, blogger e traveller. Da anni in giro per il mondo è il Founder di Madre in Italy. Grazia Pracilio è content manager e consulente creativo. Autrice TV da molti anni è approdata a Madre in Italy come Co-founder.

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